Lo sterminio dimenticato : articolo del Corriere della Sera Bergamo

Il ricordo L’appello per recuperare una pagina di storia Lo sterminio dimenticato Rom e sinti uccisi e «cavie» dei test nazisti Nel 1938 un articolo di Robert Ritter appare sulla rivista medica «Fortschitte der Erbathologie ». Lo psichiatra al quale Hitler aveva affidato il Centro ricerche per l’igiene e la razza mette nero su bianco le sue elucubrazioni, affermando che «non esistono più zingari puri poiché hanno assimilato le caratteristiche peggiori delle popolazioni dei Paesi in cui hanno soggiornato nella loro secolare migrazione dall’India». Teorizza il gene del nomadismo, pronuncia la sua folle sentenza: «Questa è una razza degenerata». A lungo aveva passato in rassegna campi nomadi, avvicinato i circensi, imposto a famiglie misurazioni antropometriche, test, prelievi al servizio della sua teoria. Fu l’inizio della fine. L’8 dicembre 1938 Heinrich Himmler emana la prima legge contro gli zingari in quanto tali, impone la schedatura (una «Z» identifica gli «zingari di razza pura», «ZM» gli zingari al 50%), aprendo la strada alla deportazione. E Adolf Eichmann suggerisce: «Agganciamo a ogni tradotta di ebrei un vagone di zingari ». Ad Auschwitz, per loro c’è il blocco B II E. Solo nella notte del 2 agosto 1944 furono portati nelle camere a gas in 2.897. Durante la seconda guerra mondiale, furono oltre 500 mila i rom e i sinti (comunità ben diverse, ma per i nazisti semplicemente «nomadi inferiori») uccisi per motivi razziali, proprio come gli ebrei. In lingua romanes, il termine porrajmos significa «distruzione », ma anche «divoramento»: ricorda questa strage, di cui oggi si parla ancora poco. E nel giorno della memoria della Shoah, che cade domani, c’è chi lavora perché anche degli «stermini dimenticati» rimanga traccia. Massimo Dell’Innocenti ha 35 anni, risiede a Trescore ed è discendente di una delle più antiche famiglie sinte bergamasche: «Noi siamo italiani, da sempre lavoriamo come giostrai. Sappiamo bene, perché è nei ricordi e nei racconti della nostra comunità, che molti sinti lombardi in quegli anni sono stati internati ». I nomadi erano considerati impuri, sottoposti a steril i z z a z i o n i d i ma s s a , l e cartomanti un pericolo per la morale del reich, i bambini utilizzati per gli esperimenti di Josef Mengele che selezionava soprattutto i gemelli per torture che chiamava eugenetica. In Italia, le testimonianze dei sopravvissuti raccontano di campi di internamento a Novi ligure, ma anche ai Gries a Bolzano, che fu l’anticamera della deportazione ad Auschwitz, dove il 17 gennaio 1945 fra gli zingari risposero solo in 28. Nei lager finirono in molti, dalla Lombardia, anche se proprio per via della vita fatta di spostamenti è difficile stimare dove siano avvenuti i rastrellamenti. «Ma io ritengo che quanto accaduto debba essere tramandato — dice Dell’Innocenti — si deve sapere cosa ha passato anche la nostra gente». Anche perché la rimozione è forte, per un popolo che non ama parlare della morte. Mai. I sinti giostrai residenti in Lombardia sono circa 9 mila, gli stanziali fra Bergamo e Brescia circa 5-6 mila. Massimo non si dà per vinto, e con l’Opera Nomadi nazionale guidata da Massimo Converso ha scelto di farsi promotore di un progetto di divulgazione che già ha toccato altre province, cogliendo l’occasione di una riunione dei rappresentanti della comunità che si terrà a Bergamo in febbraio. «Insieme vorremo proiettare un video-documentario con testimonianze dei sopravvissuti raccolte in questi anni», spiega Claudia Piccinelli, dell’Opera Nomadi Lombardia. Bresciana, docente di lettere nelle scuole superiori, sta portando avanti un percorso di approfondimento che, proprio come Dell’Innocenti, auspica possa toccare anche la Bergamasca. «La proiezione di questi video, quando possibile integrata da testimonianze dirette, sollecita negli studenti uno sguardo diverso». Si può iniziare anche prendendo spunto dall'arrivo delle giostre nei nostri paesi per parlare e conoscere di persona i sinti giostrai, andarli a trovare nelle loro case mobili. Oppure avvicinare i circensi, trovare un motivo per intrattenersi con loro quando fanno tappa vicino alle nostre località. Insomma: affrontare a scuola i pregiudizi che troppo spesso ancora stigmatizzano alcune comunità, approfondire i genocidi dimenticati, come quelli dei rom e sinti, può offrire anche un’opportunità per iniziare a elaborare un pensiero che sia davvero riflessivo, lontano dagli stereotipi». Il Giorno della Memoria è anche questo. Anna Gandolfi













29/01/2014    Direzione Generale (Roma)