Replica di Renza Sasso a " TRA INCLUSIONE ED ESCLUSIONE " di Luca Bravi, Ed. Unicopli, Dicembre 2009

Replica di Renza Sasso a "TRA INCLUSIONE ED ESCLUSIONE" di Luca Bravi, Ed. Unicopli, Dicembre 2009 Piazza del Duomo a Pistoia, a pochi passi dal Comune, qualche tempo addietro. Una romnì, in avanzato stato di gravidanza, circondata da altri sei bambini, aspetta di essere ricevuta dal Servizio Sociale: non ha più nulla, il furgone nel quale viveva la famiglia è stato sequestrato dai Carabinieri perché rubato e il pater familias è in arresto per questo furto. In realtà è quasi sempre in arresto, in pratica esce, mette incinta la moglie e torna dentro. La romnì ha bisogno di tutto: da un tetto al cibo, alle stoviglie, ai vestiti, all'acqua, alla luce. Chiede, e aspetta che qualcuno risolva i suoi problemi. Un caso limite? Tutt'altro. Parlavo pochi giorni fa col direttore della Caritas il quale mi diceva di non avere più fondi per continuare a pagare le bollette dei rom che vivono nelle case. Usciamo da Pistoia: a Firenze nelle scorse settimane un gruppo consistente di rom attendeva di essere collocato e assistito. È stato ospitato per qualche notte in due chiese, poi è stato sdraiato davanti a Santa Maria novella, le Istituzioni alla ricerca di soluzioni. Andiamo ancora oltre. È uscito di recente il volume di Tommaso Vitali "Politiche possibili". Vi sono raccolti progetti di molte città italiane per dare casa e reddito a rom e sinti. Quasi tutti i progetti prevedono periodi varianti dai due ai cinque anni perché le famiglie divengano autonome, intanto se ne fa carico l'istituzione. Queste situazioni danno risposta, secondo me, a uno dei punti che mi sembrano alla base del libro "Tra inclusione ed esclusione" di Luca Bravi. Se ho correttamente inteso, le tesi del libro sono due: ci si chiede perché mai l'Opera Nomadi abbia voluto farsi carico della situazione dei rom e dei sinti e si ritiene che tutto l'intervento della suddetta associazione, in particolare l'intervento educativo, abbia prodotto l'esclusione e il disprezzo di oggi. Al primo punto rispondo così: sono loro a chiedere alla società di intervenire. Lo chiedono anche attraverso il manghel, lo chiedono con quella particolare forma di questua che è il rivolgersi ai servizi sociali e alle associazioni e istituzioni del territorio. L'O.N. ha cercato di rispondere a una domanda pressante, non ha invaso un ambito che si reggeva benissimo per conto suo. Questa argomentazione è parziale, anche se è la più immediata. Infatti c'è un altro aspetto che va considerato. La nostra civiltà, chiamiamola occidentale, ha maturato e sancito una serie di diritti considerati universali. Di fronte a una popolazione che ne risulta almeno parzialmente priva, scatta la necessità dell'intervento. Ma c'è di più: a fronte di diritti negati a bambini (es. diritto all'istruzione o alla salute) la giurisprudenza stessa interviene potendo togliere la patria potestà in casi particolarmente gravi. Con queste considerazioni intendo affermare che è normale occuparsi di chi ha, con tutta evidenza, problemi. È una questione di solidarietà, di umanità, di giustizia. Certo si potrebbe dare il pesce ma come dice un vecchio detto è meglio insegnare a pescare. Dunque, se uno dei punti salienti del volume è: "Perché ve ne siete interessati?" la mia risposta sta nelle considerazioni suddette. Aggiungerò solo un ultimo esempio: l'8 febbraio su Radiotre Scienza è intervenuta Ersilia Buonomo, docente di igiene e sanità pubblica all'università di Tor Vergata di Roma e aderente alla Comunità di Sant'Egidio. Riferiva di aver pesato e misurato i bambini rom con i quali era venuta a contatto in un certo arco di tempo e di aver rilevato che sono di un paio di anni inferiori nella crescita ai coetanei non-rom. Auspicava un intervento sul piano del vitto, rapportandosi anche lei al diritto dei bambini alla salute. È esattamente il metodo che abbiamo impiegato noi una quarantina di anni fa. Passiamo ora al secondo punto, quello che critica radicalmente le classi Lacio Drom e l'operato in genere dell'Opera Nomadi. Mi preme delineare un quadro della situazione degli Zingari negli anni '60, quando cioè Mirella Karpati ha iniziato la sua attività. Nell'Italia settentrionale tutti gli zingari erano nomadi, viaggiavano con carovane grandi cui si accompagnavano spesso roulotte più piccole che chiamavano (e chiamano ancora) «campine». C'erano gli ultimi verdoni, cioè i carrozzoni di legno pitturati di verde. Il tragitto era più o meno fisso per ogni famiglia o gruppo, con pause lunghe di sosta invernale e spostamenti più frequenti da Pasqua in poi. Dicevamo che si spostavano per lavoro, ma nessuno avrebbe saputo dire quale. D'altra parte don Bruno Nicolini, fondatore e primo presidente dell'O.N. ci invitava a non preoccuparci dell'attività economica perché loro dimostravano di sapere come sopravvivere. Erano di regola poverissimi, con aspettative di vita limitate rispetto alla popolazione circostante, molto sporchi per la penuria d'acqua che andavano a prendere con contenitori vari presso privati o fontane pubbliche o benzinai. Famiglie numerose, tutti analfabeti o capaci solo di fare la firma. Avevano molti problemi per accedere a qualsiasi servizio in quanto spesso privi di residenza (proprio perché nomadi). Chi riusciva ad avere la residenza la poneva presso la casa comunale, strategia che presto non fu più accettata. E dire che oggi ci sono esperti che negano il nomadismo. Erano sinti, ma questo termine lo apprendemmo solo dopo avere iniziato ad occuparcene; prima per tutti gli italiani e per loro stessi erano semplicemente zingari. Rom erano i sedentari abruzzesi, ma nessun sinto avrebbe mai accettato di essere chiamato rom perché per questo termine provavano disprezzo. Questo è l'ambiente nel quale cominciarono ad operare Karpati e Nicolini. Si deve rilevare che nei primi anni '50 avevano avuto inizio le scuole di servizio sociale: vale a dire che la nazione avvertiva la necessità di far fronte a particolari situazioni di bisogno e di degrado. È in un contesto preciso di crescita economica dell'Italia e del maturare di nuove sensibilità che la consapevolezza dell'esistenza di una frangia della popolazione ferma in una situazione di miseria spinge a non essere indifferenti e a intraprendere strade per l'evoluzione e il miglioramento delle condizioni di vita di questa gente. La neonata Opera Nomadi (associazione apolitica e aconfessionale) aveva molte pretese: intendeva occuparsi di chi esercitava il nomadismo pur non essendo necessariamente zingaro (ad es. i camminanti di Noto erano allora ritenuti nomadi ma non zingari), non voleva confliggere con la specifica cultura (infatti il primo statuto pur promuovendo l'evoluzione del mondo nomade intendeva tutelarne la cultura), credeva fermamente che attraverso l'alfabetizzazione e la conoscenza ciascuno avrebbe conseguito la libertà di vivere secondo le proprie scelte e non costretto dalla necessità e dall'ignoranza. È recentemente uscito un libro di Alessandro Cecchi Paone e Umberto Veronesi "Una vita per la scienza". Vi si trova questa affermazione: "La scienza rende liberi"; seguono le diverse forme di libertà che secondo gli autori vengono conseguite attraverso la scienza: dalla libertà dall'oppressione alla libertà di scegliere la propria vita, alla libertà dalla miseria e dalla superstizione e via discorrendo. Cioè viene ripetuta oggi quella che era la nostra convinzione. D'altra parte organismi internazionali e ricerche varie dimostrano l'alta correlazione tra analfabetismo e miseria. Ecco dunque l'avvio della scolarizzazione, come primo passo verso il raggiungimento di una piena cittadinanza da parte di uomini e donne totalmente marginali. Perché le scuole speciali? Innanzi tutto perché l'organizzazione scolastica di quel tempo prevedeva le classi speciali, ovvero esistevano gli istituti per i ciechi, per i sordomuti, per i ragazzi down e anche le classi differenziali per i soggetti che, pur non avendo specifici handicap fisici, non apprendevano o erano considerati caratteriali. In seno a questa organizzazione hanno preso l'avvio le classi Lacio Drom, fatto assolutamente normale per il tempo. Gli iscritti avevano un'età variabile tra i sei e i quattordici anni, una frequenza assolutamente irregolare, una pulizia scarsissima e molti pidocchi (fatto che condusse le scuole a dotarsi di locali con docce per la pulizia personale), una fame da lupi (particolare che condusse a fornir loro la colazione e il pranzo), una assoluta incapacità di stare fermi, un'aggressività notevole, nessunissimo senso della disciplina, mancanza di concentrazione, nessuna abilità nel reggere in mano uno strumento per scrivere, ecc, ecc. Gli insegnanti, preparati attraverso corsi dell'università di Padova, continuavano durante l'anno a incontrarsi per scambiarsi esperienze e va evidenziato un aspetto che oggi suona forse incredibile: gli incontri avvenivano di domenica perché la presenza al lavoro non doveva essere turbata e ciascuno si pagava il viaggio; era il desiderio di conoscere, di capire, di scambiare, era passione per una attività inconsueta che offriva un'infinità di problemi e nessuna soluzione. Alla fine era una grande amicizia tra tutti coloro che erano impegnati sullo stesso fronte. L'autore contesta l'attenzione particolare riservata alla scuola. Egli afferma che sarebbe come sostenere che prima degli Ittiti, mancando la scrittura non ci sia stata cultura. La trovo un'affermazione sorprendente, comunque non conoscendo nulla di quel che c'era prima degli Ittiti non ne posso parlare. Mi limito a rilevare che l'aspetto culturale non esaurisce l'argomento, è anche importante che le persone raggiungano l'autonomia economica. Luca Bravi parla delle sezioni dell'O.N. che via via si costituirono come qualcosa di anomalo perché furono gli insegnanti stessi ad essere soci e dunque secondo lui c'era qualcosa di molto simile al conflitto di interessi! Allora vediamo di chiarire. Chiunque fosse all'origine della costituzione della sezione locale, insegnante, assistente sociale, prete, ecc, era una persona che si era trovata davanti a un mare di problemi: l'aspetto sanitario (ricordo, fra l'altro, che le vaccinazioni erano obbligatorie e i piccoli zingari erano quasi mai vaccinati), quello anagrafico (molto spesso mancavano i certificati di nascita e non si sapeva a quale Comune richiederli), problemi di estrema povertà delle famiglie, ecc, ecc. Di conseguenza si cercava di raccogliere un insieme di professionalità tanto che si può dire che questo volontariato è stato forse l'insieme più completo di varie competenze professionali. Potrei fare l'esempio di Pistoia dove, intorno all'insegnante Clara Dei, si raccolse in pratica tutta la città. Devo chiarire anche un altro punto che oggi può non essere affatto noto: il volontariato era allora assolutamente gratuito. Ciascuno spendeva d tasca propria, metteva a disposizione i propri mezzi (auto, telefono, denaro) e non riceveva nulla in cambio. Il volontariato ha cambiato il suo modo d'essere in tempi abbastanza recenti, probabilmente da quando i Comuni hanno cominciato ad esternalizzare i servizi. Purtroppo ha continuato ad essere usato il termine "volontariato" per attività che sono prestazioni retribuite, cioè lavoro. Allora si cominciava col pagare la tessera di iscrizione e poi si continuava a spendere, altro che conflitto di interessi! I primi anni di scuola furono terribilmente deludenti: i ragazzi non imparavano nulla. Ogni volta che tornavano a scuola dopo uno spostamento erano tornati al punto di partenza quanto a competenze ed apprendimento. L'alfabetizzazione sembrava una meta irraggiungibile. Ecco perché l'O.N. volle fare un dépistage in tutte le realtà allo scopo di capire quali fossero gli ostacoli all'apprendere. Vennero scelti in particolare test non verbali usati anche all'estero per popolazioni non alfabetizzate. Luca Bravi si chiede perché non sia stato usato il romanes nelle somministrazioni. Gli risponderò così: perché la sua bisnonna non ha fatto mai una risonanza magnetica? Perché Cristoforo Colombo invece di perdere tutto quel tempo via mare non è andato nelle Americhe con un jet? Fuori dalle battute vediamo di spiegare il perché. Perché ciascuno di noi conosceva del romanes solo quelle poche parole che potevano essere sfuggite ai più piccoli. Infatti quello era un linguaggio segreto, se un piccolo, per caso, accettava di fornire un termine, subito i più grandi lo zittivano, con parole e gesti plateali dimostranti grave scandalo, accompagnati dalla minaccia di riferire a casa l'errore compiuto. Mi verrà obiettato che si sarebbero potute utilizzare i mediatori culturali: bene, non c'erano ancora! Eravamo all'inizio di un contatto difficoltoso, non sarebbe mai potuto accadere che un adulto si prestasse ad effettuare traduzioni, fra l'altro di una esercitazione di cui non avrebbe compreso la finalità. Aggiungerò, se ce ne fosse bisogno, che i test hanno un senso se sono applicati nello stesso modo e non con mille interpretazioni casuali e differenti. Poiché stiamo trattando di romanes mettiamo in luce un altro elemento: si tratta di una lingua non univoca; ciascun gruppo, a seconda del viaggio compiuto verso l'occidente e delle soste più o meno lunghe presso popoli diversi, ha acquisito termini e accentazioni che non rendono agevole la reciproca comprensione. Nell'esperienza da noi vissuta ogni qual volta abbiamo proposto un testo in romanes, ad esempio composizioni poetiche provenienti dall'est o il Vangelo scritto da don Mario Riboldi o qualunque altra cosa scritta o registrata ci capitasse per le mani, verificavamo che i ragazzi non ci capivano nulla, perché non era quello il loro specifico modo di parlare. Naturalmente si potrebbe sospettare che non volessero cadere nel tranello dell'apertura ai gagè della propria lingua segreta, ma sinceramente non mi sembra realistica questa spiegazione, posta la diffusione di analoghe reazioni in tutte le classi. Un'ultima osservazione nei confronti della lingua: non c'erano stranieri nelle prime classi Lacio Drom, erano tutti italiani, vissuti da sempre a contatto con la lingua italiana, paragonabili a quei bambini italiani che in famiglia parlavano un dialetto. Tornando ai test: misero in luce un divario medio di due-tre anni rispetto ai coetanei non zingari, in precisa correlazione col deficit scolastico. Si vide anche quali fossero le carenze, quali gli ambiti nei quali sarebbe stato opportuno trovare strumenti adatti per rafforzare un apprendimento difficoltoso. Bravi lamenta che non si siano usati test tarati appositamente. A cosa dovrebbe servire un test tarato sulla popolazione zingara? A valutare le capacità all'interno di quel gruppo, direi. Ma non era questo il nostro scopo. Quello che si intendeva valutare era il divario rispetto al mondo circostante; divario che, partendo dall'insuccesso scolatico, si manifestava in stati di estrema povertà ed emarginazone nella vita delle famiglie. Accanto alle difficoltà di apprendimento si rilevarono nelle classi Lacio Drom comportamenti particolari dei ragazzini: elevata aggressività, incapacità di accettare qualsiasi regola, stati depressivi, mobilità incontrollata ecc. Per capirli meglio furono impiegati test proiettivi come le favole della Duss e il test CAT che evidenziarono uno stato di sofferenza interiore; mai interpretazioni pacate o gioiose ma quasi sempre conclusioni di tragedia e di paura dei raccontini e delle immagini presentanti situazioni ambigue alle quali dare significato. L'ultimo dei test impiegati, non più a livello di scuola dell'obbligo ma fra gli adolescenti, fu il test del Villaggio. Si voleva comprendere se esisteva nei giovani una progettazione del futuro. I ragazzi che accettarono di partecipare avevano tutti più di quattordici anni e il termine di confronto fu individuato nelle scuole superiori. Non so immaginare per quale motivo Bravi affermi che il test del Villaggio fu impiegato per accedere alle classi speciali e che fu uno dei più diffusi. Questa è una colossale sciocchezza. Non avrebbe avuto nessun senso! Fu impiegato una volta, per un preciso lavoro, né poteva essere diversamente. Non abbiamo colpevolizzato la "famiglia zingara" (titolo questo di un libro di Bruno Nicolini che addirittura ne esaltava tutti gli aspetti positivi), perché anche gli adulti li ritenevamo privi di strumenti atti a emergere da una condizione spesso penosa; l'intera situazione in sé non poteva che essere giudicata negativamente e quindi ne andava favorito e promosso un diverso sviluppo, cosa che ritenevamo attuabile attraverso la scolarizzazione. Successivamente si studiarono i sistemi attuati in Francia per la scolarizzazione dei figli dei battellieri che si spostavano con la famiglia lungo i grandi corsi fluviali e per i quali lo Stato francese aveva messo a punto speciali percorsi con schede da riconsegnare a tappe agli insegnanti di terraferma. Anni dopo, e ancora su questa falsariga, fu messo a punto molto materiale del metodo IAD (istruzione a distanza) che ancora prevedeva lavoro individuale da riportare agli insegnanti che si fossero segnalati per disponibilità. Non funzionò perché sarebbero occorse qualità come metodo, puntualità, conservazione degli elaborati e degli elenchi delle scuole disposte ad effettuare controlli e valutazioni. Anche in questo caso un grande lavoro sperimentale che si dovette abbandonare. Proprio per il rispetto che ritenevamo di dover mantenere verso una cultura pressoché sconosciuta che doveva trovare al proprio interno il modo di evolversi, non abbiamo avuto la pretesa di cambiare gli adulti. Oggi è diverso. Nei vari progetti che compaiono nel libro citato "Politiche possibili", troviamo una schiera di attori che hanno il compito di mutare ogni specificità di un certo modo di vivere: si mettono le famiglie in casa e poi qualcuno insegna come tenerla, qualcun altro tratta coi vicini, si pongono limiti sulle visite dei parenti e anche sugli orari da osservare, si spiega loro quanto costi la vita e come conseguentemente occorra che anche la moglie lavori fuori casa e che i bimbi siano al nido. Con questo non intendo sollevare critiche, semplicemente intendo osservare che noi non abbiamo agito così. È importante rilevare che i ragazzini rom e sinti che frequentarono le classi Lacio Drom ne furono entusiasti. Ricevettero un'accoglienza scevra da pregiudizi, ebbero rispetto, attenzione, calore, cibo, comfort. Ricevettero anche nozioni sulla storia del loro popolo (nessuno ne sapeva nulla, perché gli zingari non si portano dietro la memoria del passato), riconoscimento e rivalutazione per alcuni aspetti notevoli della loro cultura, come la musica e la poesia. Va detto anche che non appena i singoli dimostravano di aver appreso quanto sufficiente per non essere discriminati venivano inseriti nelle classi comuni. Nel 1977 ci fu annunciata una grande riforma della scuola che vide annullate tutte le classi speciali in nome dell'integrazione del diverso. Anche gli handicap fisici non ebbero più ambiti specifici. Considerato che occorsero alcuni anni perché la riforma fosse completamente attuata, possiamo affermare che da trent'anni le classi speciali non esistono più. Trent'anni nei quali la scolarizzazione dei sinti e dei rom, salvo poche eccezioni, è andata sempre peggio, con un'altissima evasione, un grave contrasto interno alle classi, uno scarso raggiungimento degli obiettivi. Non è vero che l'O.N. si sia occupata soltanto di scuola; come ho già detto sono stati molti i campi d'azione: la regolarizzazione dei documenti, ad esempio, condizione che avrebbe permesso di accedere ai servizi e al mondo del lavoro. Ancor più difficile la situazione quando cominciarono ad arrivare i rom dall'ex Jugoslavia e poi da altre regioni dell'est: qui occorreva star dietro ai permessi di soggiorno e trovare il modo perché anche gli stranieri potessero accedere alle cure sanitarie. E poi la grande e contestatissima impresa dei campi sosta, intorno alla quale in tempi recenti abbiamo ricevuto critiche da tutte le parti. Ho già detto che la prima attività dell'Opera Nomadi fu diretta a nomadi italiani. Erano gli anni del boom edilizio: in pochi anni sparirono tutte le aree libere alle periferie delle città e le carovane non ebbero più spazio per la sosta. Allora si promosse presso le amministrazioni comunali l'allestimento di spazi provvisti di acqua e elettricità dove le famiglie nomadi potessero sostare. Non furono mai definiti campi per i rom o per gli zingari, ma semplicemente campi sosta, perché nelle intenzioni dell'Ente non c'è mai stata la volontà di discriminare razzialmente, ma invece di venire incontro a particolari esigenze abitative dovute a un caratteristico stile di vita. Chiunque fosse nomade doveva poter sostare adeguatamente. Oggi la cautela che avevamo allora non c'è più, oggi si fanno le leggi "per i rom" o "contro i rom", introducendo una caratterizzazione razziale lontanissima dal nostro pensiero. Perché le aree di sosta sono degenerate? Innanzitutto per il numero elevatissimo di rom provenienti dall'est che si insediarono ovunque ritennero di poterlo fare. Poi perché le città che misero a disposizione i terreni per la sosta furono molte meno rispetto a quelle che innalzarono cartelli "divieto di sosta ai nomadi", affollando così a dismisura l'esistente. L'Ente ha sempre combattuto le grandi concentrazioni, continuando a ripetere come i gruppi fossero diversi e spesso contrastanti e come quindi non fosse corretto farli coabitare. Ha promosso a livello comunale le micro-aree (ovviamente per coloro che ancora desideravano non confluire nelle case popolari) e a livello ministeriale la legge che ha imposto alle città di allestire spazi per i circhi e lo spettacolo viaggiante. Fra le attività perseguite dall'O.N. c'è sempre stata la promozione della conoscenza della cultura nomade, quindi dibattiti, mostre, conferenze, proiezioni di film, spettacoli, presentazioni di libri, traduzioni di quanto prodotto fuori dall'Italia, settore quest ultimo particolarmente trattato dalla Karpati sempre in stretto contatto con realtà come la Gispy Lore Society, gli Études Tsiganes e simili. Ritengo necessario sottolineare un aspetto che nel libro di Luca Bravi non è tenuto in conto: quando Karpati e Nicolini intrapresero la loro attività verso i nomadi le sole opere al riguardo erano "Mille anni di storia degli zingari" di François Vaux de Foletier e i testi folcloristici di Colocci e Predari. Non c'erano praticamente studi sullo scontro/incontro fra culture diverse, perché la società italiana era abbastanza omogenea. Antropologi, sociologi, filosofi hanno scritto i loro libri in anni recenti, non quarant'anni fa, ed è solo da una quindicina d'anni che studiosi, opinionisti, giornalisti si interrogano sullo scontro fra culture. Nell'approcciarci a una cultura diversa noi avevamo come riferimenti solo quegli antropologi che avevano studiato gli indigeni di remote regioni: Margaret Mead, Levi Strauss, Frazer, Boas e simili. Arrancavamo su testi di antropologia culturale lontani dal nostro ambito operativo. Noi per primi ci siamo trovati ad affrontare temi e contraddizioni che sarebbero diventati pane quotidiano trent'anni dopo, avendo come sola referente la realtà e scarsissimi strumenti per leggerla. Avevamo verificato che i nostri alunni ragionavano in maniera divergente, si formavano una concettualizzazione che non riuscivamo a capire. Non so dire con quanta gioia leggemmo l'opera di Anna Rita Calabrò (1992) "Il vento non soffia più", titolo di per sé esplicativo. Il punto saliente della sua accurata ricerca fu l'aver individuato la differente percezione del tempo e dello spazio e il conseguente modo peculiare di organizzare il pensiero da parte della popolazione nomade. Era la chiave che andavamo cercando dei perché della difficile reciproca comprensione. Il formidabile studio fu saccheggiato in seguito da parecchi autori, spesso senza citare la fonte, fino a banalizzare una ricerca accuratissima. Ma perché Luca Bravi esclude dalla sua bibliografia questa eccellente studiosa che poi, a sedici anni di distanza, ha riannodato le fila del vecchio studio proponendosi di verificare di quanto si diversificasse la situazione in maniera scientifica? "Zingari" è il titolo della seconda opera della docente di sociologia dell'Università di Pavia, edito nel 2008. L'intero lavoro di Anna Rita Calabrò è una pietra miliare nello studio del mondo zingaro. Noto un'altra carenza nell'opera di Luca Bravi. Egli afferma di tenere in gran conto i lavori dell'antropologo Leonardo Piasere ma non ricorda un punto straordinariamente interessante delle sue conclusioni: tutti noi gagè siamo per i rom l'equivalente di quel che è la natura per noi. Come si costruisce l'opposizione uomo/natura, così si costruisce l'opposizione rom/gagè. È una affermazione che spiega molto della difficile (impossibile?) integrazione. Ci sono nel libro altre affermazioni oscure e non corrispondenti al vero: - a pag. 68 si parla di "misure molto rigide di frequenza". Non riesco ad immaginare cosa si intenda. Era così poco rigida la frequenza che si ottenne dal Ministero di effettuare valutazioni ed esami in aprile per evitare che a fine anno scolastico i ragazzini non fossero più presenti e perdessero la promozione a quel tempo necessaria per accedere alla classe superiore. - a pag. 72 si lamenta che i test non fossero tarati sulla popolazione zingara. Lo credo bene! Erano i primi, non c'era termine di confronto! Più o meno in contemporanea avvennero analoghe sperimentazioni in Francia e in Ungheria e constatammo risultati molto simili. - a pag. 75 si dice che i rom e i sinti sono sempre mancati negli organi dirigenziali dell'Associazione. È falso anche questo. Sia nel consiglio nazionale che in veste di vicepresidente nazionale sono sempre stati presenti (Bezzecchi, Guarnieri, Cismiz ecc.) Un altro autore è trattato col massimo rispetto da Luca Bravi, ed è Liégeois. Questo studioso fu promosso e fatto conoscere proprio da quel Centro Studi Zingari diretto da Mirella Karpati che Bravi osteggia. Le opere di Liégeois furono tradotte e pubblicate proprio ad opera del Centro Studi che ne ammirava l'originalità e la profondità. Perché le raccomandazioni di Liégeois non trovarono applicazione? Perché non erano attuabili. Uno dei suoi punti di forza era ed è la convinzione che i rom e i sinti vadano istruiti ma non educati, per non entrare in contrasto con l'educazione familiare. In occasione di un incontro fra insegnanti gli scrivemmo per sapere come fosse possibile, in una stessa classe, tendere all'educazione degli altri scolari escludendo i rom. Non abbiamo mai avuto risposta. Però, dopo aver escluso la classe speciale perché discriminante, lui introdusse una classe "adattata" che non ci parve affatto differente. Liégeois delinea molto bene le contraddizioni ma non indica realistiche vie d'uscita. Sarebbero ancora molte le cose da dire. Le lascio ad un altro tempo. Mi pare che in un momento come questo, insediamenti bruciati e gente cacciata in tutta Italia, i responsabili di Every One condannati per aver difeso a parole un rom maltrattato dalla forza pubblica, una classe di liceo a Torino che invia al professore una lettera collettiva per rifiutare l'invito a trattare in classe del Porrajmos... che un ricercatore si accanisca contro chi ha aperto la strada del riconoscimento di una minoranza negletta, fra l'altro equivocando e travisando i metodi e gli intenti di una attività da pionieri, è davvero sconfortante. Renza Sasso



24/11/2010    Direzione Generale (Roma)    News